[storie running] La mia maratona a New York

Alessandro Visconti, Fisioterapista

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Simone Vivaldi, Personal Trainer

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Sono sicuramente soddisfatto e strafelice di quest’esperienza e cosciente di essere andato a New York  per questa maratona con una preparazione molto al di sotto del necessario per affrontarla.
Mi sento di dire che si parte già stanchi, la sveglia alle 4 del mattino gli spostamenti in pullman e battello e l’attesa al freddo sono davvero pesanti.Poi però la gioia di partire, la scenografia del ponte di Verrazzano e il tifo che si incontra subito appena si scende dal ponte ti fanno dimenticare le lunghe ore di attesa.
Da li fino alla fine della maratona è un continuo di tifo di supporto, di musica di gente che ti chiama e ti incita “Go Fabri, GO”, quante volte l’ho sentito.Poi incrociare i sorrisi di italiani tra il pubblico che ti spronano è fantastico.
Io sono andato in crisi sulla salita del ponte di Queensboro, una brutta crisi, gambe rigide che mi hanno costretto a fermarmi.Da qui ho dovuto ragionare, l’obiettivo era arrivare in fondo e quindi era necessario elaborare una mia strategia per arrivarci nonostante le mie gambe e la mia testa mi stessero dicendo che non ce n’era più.
Ho ripercorso in un lampo i mesi di preparazione e i vari intoppi che mi sono successi che hanno interrotto gli allenamenti in diversi momenti.L’unica cosa che avrei potuto fare in quel momento era abbassare il ritmo di corsa e affrontare le salite camminando.
Cosi ho fatto e sono arrivato alla finish line pieno di soddisfazione e di gioia.
Al 40° km circa una bella signora newyorkese aveva un cartello in mano e sorridendo lo sosteneva verso noi che correvamo.Quel cartello mi ha colpito perchè c’era scritto: ” The pains are temporary, the Proud is forever”.