Emozioni da record, anzi, emozioni da un record – di Giorgio Rizzi

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Il mio regalo del sessantesimo è bell’e fatto…

Quando, sbucando sul rettilineo finale, ho visto la Dani che mi aspettava con la bandiera in mano e persino la Raffa, ancora rivestita del suo ruolo di incorruttibile giudice, ha smesso di sbirciarmi di sottecchi, pronta col cartellino giallo ad impallinarmi al primo accenno di scorrettezza e ha cominciato ad urlare “dai che facciamo il tempone”, ho capito che era fatta.
Pochi secondi dopo lo splendido rilascio della tensione mi ha fatto vacillare le gambe, mentre gli occhi lucidi della Dani mi cercavano per l’abbraccio liberatorio e mille mani stringevano le mie, per i complimenti di rito.
Persino Tiziana, rimasta fino a quel momento serissima e inflessibile al tavolo di giuria, è saltata in piedi con un sorriso a trentadue denti, felice di essere stata parte attiva e indispensabile dell’impresa mondiale che, improvvisamente, era diventata realtà.
E’ finita come finiscono le belle avventure sportive: in gara io sono l’atleta e tu il giudice cattivo, io sono l’atleta e tu l’avversario, io bianco e tu nero, io italiano e tu straniero, io buono e tu cattivo, io vincerò e tu perderai e intanto quel maledetto cronometro che gira, gira, gira…
E poi si taglia il traguardo e in un lampo le barriere scompaiono e tutto si scioglie in un abbraccio, in uno scambio di gioia, di sorrisi, di sudore, di comunione tra vincitori e vinti.
C’erano diecimila metri da percorrere, cinquemila la Dani e cinquemila io, per portare a casa un record del mondo che sembrava messo lì a bella posta, solo perché noi due tentassimo di batterlo.
Che la Dani viaggi come uno sparo ormai lo hanno capito in tutto il mondo, avendola vista calpestare il podio in mille occasioni, lasciandosi dietro ragazzine palestrate e molti altri esempi di varia gioventù.
Il problema non erano certo i suoi cinquemila, dai quali ci attendevamo lo zoccolo duro del tempo finale, ma poi dovevo andare via io, lottare contro gli anni, la pancia, l’allenamento a poco più di zero e, giusto per non farci mancare nulla, contro un cuboide ribelle che da un mese mi fa un male della malora e che implora di essere lasciato a riposo, cosa che non posso assolutamente fare.
Dovevo andare via io e non rovinare il lavoro della Dani, che sapevamo sarebbe stato di altissima qualità.
Infatti lei è partita sparata, con un tempo sul primo chilometro da fare rabbrividire e poi con altri quattromila metri di quelli che si vedono solo sui libri di testo e, per la verità, neanche su quelli.
Ovvio che, dopo una prova simile, fosse proibito sbagliare; così ho pensierosamente sfilato la giacca a vento e ho cominciato a scaldare i miei ormai antichi muscoli, dissimulando i mille pensieri e le mille incertezze dietro la faccia da cattivo, mentre la Dani percorreva l’ultimo chilometro.
Con misurata lentezza Tiziana si è alzata dalla sua sedia e si è posizionata precisa precisa sulla linea del traguardo, per darmi il via non appena il torso di Daniela la avesse varcata.
Il tempo si è dilatato e i milionesimi di secondo sono diventati qualcosa da contare ad uno ad uno, fino a che un secco “via!” mi ha sciolto il guinzaglio.
Il resto è stato solo un tourbillon di passi, di fatica, a volte di dolore, di “pensa solo ad andare e a niente altro”, di “lì c’è una crepa nell’asfalto che non avevo visto in ricognizione”, di rumore di foglie secche calpestate, di “forza Giorgio” urlati da mille voci, di mani che scrosciavano applausi, di bicchieri d’acqua presi al volo e scaraventati via senza guardare addosso a chi finissero, di “immaginati un raggio laser diritto davanti a te e vagli dietro”, di “sono al primo giro e sono già a pezzi”, di “dai che ne mancano solo tre”, di “dai che ne mancano solo due”, di “dai che ne manca solo uno”…
E dietro la Raffa con la bici, che applica tutto il suo mestiere di inflessibile giudice internazionale, che mi spingerebbe se potesse, ma il suo compito è castigarmi, caso mai sbagliassi e anzi, usa un pelo in più di intransigenza per evitare che qualcuno sospetti che l’amicizia che ci lega si trasformi in un controllo più blando durante il record.
Agli occhietti scaltri e infallibili della Raffa si aggiungono, al termine di ogni giro, quelli severi di Tiziana, alla quale non scappa nulla mentre sta lì immobile e minuta, ma è chiaro che c’è, che vede tutto e che non mi perdonerà, se sarà il caso.
Massacrerò in cinque chilometri un paio di asphalt pads concepiti per durarne cinquanta, ma questo è Nordic Walking Agonistico Ufficiale Internazionale, non una passeggiata con i bastoni in mano per un pubblico anziano e malaticcio, come tanti pensano sia il Nordic Walking, non esclusi molti operatori del settore che, col loro atteggiamento, mortificano uno sport nobilissimo.
E improvvisamente la Dani è laggiù col tricolore in mano, ad indicarmi che è finita; non ci credo ma ho fatto il tempone anch’io, un tempone pazzesco ogni oltre personal best e oltre ogni più rosea speranza.
Ascolto il tempo finale e capisco che l’adrenalina di un record del mondo è cento volte più potente di quella di una gara, persino di quella di un campionato del mondo; è una adrenalina che “mette le ali”, come una famosa bevanda che sponsorizza le attività più bizzarre, ma si disinteressa del Nordic Walking.
E’ una adrenalina fatta di solitudine, di nessun riferimento tranne un riscontro cronometrico urlato ad ogni passaggio, che il cervello ormai ipossico talvolta non riesce arazionalizzare.
E’ una adrenalina fatta di fatica e di dolore, ma è una adrenalina che tira fuori davvero tutto ciò che hai da dare.
Un’ora, otto minuti primi, due secondi e cinque decimi ci proiettano nel database dei record mondiali della nobile arte del Nordic Walking Agonistico Ufficiale Internazionale.
Scappa la lacrimuccia e saltano i tappi del prosecco.
Il record è mondiale, ma il vino è assolutamente italiano; gazzose e Coca Cola, chissà come mai, restano lì del tutto trascurate e signore insospettabili allungano i bicchieri con ostentato piacere, nonostante si sia a metà mattina.

Ventiquattro ore più tardi arriva puntualissima l’omologazione del record da parte delle efficienti autorità sportive internazionali, che hanno lavorato per noi anche di domenica.
E’ fatta, è finita e, adesso che stress e fatica sono alle spalle, è quasi un peccato che sia tutto concluso, in attesa che qualcuno si metta in testa di portarci via questo record e noi di riprendercelo daccapo.
Questa è la legge dello sport, spietata e meravigliosa; ci proveranno e, prima o poi, ci riusciranno: saremo i primi a battere le mani.
Intanto ci godiamo il nostro momento, l’abbraccio di tutti, la coppa di quelle che vendono al Decathlon, ma comunque per noi preziosissima e la soddisfazione di una cosa fatta per bene e con il nome ITALIA accanto, sperando che, almeno per una volta, sia l’Italia di tutti.

Grazie Dani, che non devi dimostrare nulla a nessuno, perché da anni dimostri di essere una grande, al di sopra di ogni polemica e di ogni gelosia.
Grazie Presidente Markus; l’unica bottiglia superstite di prosecco è per te.
Grazie Vice Presidente Antonio, più emozionato tu a consegnarci la coppa che noi a riceverla.
Grazie Raffaella e Tiziana, giudici seri e scrupolosi come solo delle Amiche possono esserlo.
Grazie Chiara e Nadia, cronometriste precise e puntuali.
Grazie Maria Anna, Cinzia, Anna detta Bert, Mary, Luisa, Massimo, sparpagliati sul tracciato affinché nulla ci ostacolasse.
Grazie Lella, che hai preso al volo le foglie secche con la tua scopa, prima ancora che toccassero terra, perché il nostro cammino non fosse ostacolato.
Grazie Gaia, Marco, Sergio, per le riprese e le foto che ulteriormente fisseranno nella memoria un evento che già di per sé è indelebile.
Grazie Orietta, che ci sei sempre, puntuale ed efficace, anche se non ti metti mai in mostra.
Grazie Jesus Lodosa, che mi hai fornito dei pads che si sono macinati, ma non mi hanno fatto fallire un solo passo.
Grazie Maria Walter, che non conosco personalmente, ma che mi hai dato on line ogni assistenza utile per l’omologazione del record.
Grazie a chi si è spellato le mani ad applaudire e le corde vocali a fare il tifo.

Sì sì, il mio regalo del sessantesimo è bell’e fatto…
Anzi me lo avete fatto tutti voi.


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